Guardami Mentre Mi Scopo
Avevo ventuno anni e un corpo fatto per essere guardato: seni sodi e alti, vita stretta, culo rotondo e sodo, gambe lunghe e tonde. Mi eccitava sapere che qualcuno mi stava osservando mentre facevo cose sporche. Non di nascosto. Volevo essere vista. Quella sera avevo deciso di spingermi oltre. Ero uscita con Alessandro, il ragazzo più bello del nostro gruppo. Ventidue anni, alto, spalle larghe, addominali scolpiti e un cazzo spesso che sapeva usarmi come volevo. Avevamo affittato una stanza all’ultimo piano di un hotel con le vetrate enormi che davano sulla strada. Le tende erano aperte. La luce della città entrava e, se qualcuno avesse alzato lo sguardo dai palazzi di fronte, avrebbe visto tutto. Entrammo e non accesi nemmeno la luce principale. Solo una lampada bassa. Mi tolsi il vestito lentamente, davanti alla finestra. Rimasero solo il reggiseno di pizzo e le mutandine già umide. Alessandro si avvicinò da dietro, mi afferrò i seni e mi baciò il collo.
«Qualcuno potrebbe vederci», sussurrò.
«Lo so», risposi ansimando. «Voglio che ci vedano.» Mi spinse contro il vetro freddo. La schiena nuda a contatto con il vetro, i seni schiacciati contro la superficie trasparente. Sentivo il cuore battere forte all’idea che laggiù, in qualche appartamento, qualcuno potesse star guardando. Alessandro mi abbassò le mutandine, mi aprì le cosce e mi infilò due dita nella figa già bagnata. Gemetti contro il vetro, lasciando un alone di fiato.
«Più forte», gli dissi. «Voglio che se qualcuno sta guardando, senta i miei gemiti anche attraverso il vetro.» Lui si mise in ginocchio dietro di me e mi leccò. La lingua calda che mi apriva le labbra, che girava intorno al clitoride, che spingeva dentro. Io tenevo le mani appoggiate al vetro, il viso rivolto verso la città, sperando che qualcuno alzasse lo sguardo. Quando la sua lingua scivolò più in basso e cominciò a leccarmi anche il buco del culo, gridai. Il suono mi uscì più forte del previsto. Alessandro si alzò, aprì i pantaloni e mi spinse il cazzo contro la figa. Entrò con una spinta sola, fino in fondo. Urlai. Il vetro trema leggermente sotto le mie mani. Cominciò a scoparmi da dietro, spinte profonde e ritmate, le palle che mi sbattevano contro mentre il mio corpo veniva schiacciato contro la vetrata. A ogni colpo i miei seni si schiacciavano e si deformavano contro il vetro. Immaginavo qualcuno che, dall’altra parte della strada, stesse guardando i miei capezzoli duri premuti contro il vetro e il cazzo di Alessandro che entrava e usciva da me. «Girami», ordinai.
Mi voltò di scatto, mi sollevò di peso e mi infilò di nuovo il cazzo mentre mi teneva contro la finestra. Ora il mio culo era premuto contro il vetro freddo e chiunque avesse guardato avrebbe visto perfettamente il mio buco e il punto esatto in cui il suo membro spariva dentro di me. Mi scopò così, le gambe avvolte intorno alla sua vita, i seni che ballavano a ogni spinta. Guardavo oltre la sua spalla, verso i palazzi illuminati, e più pensavo a essere vista, più mi bagnavo. Venni la prima volta urlando contro la sua bocca, i muscoli della figa che si contraevano violentemente intorno al suo cazzo. Non si fermò. Mi portò sul letto ma lasciò le tende aperte. Mi mise a quattro zampe con il culo rivolto verso la finestra e mi riprese da dietro, ancora più forte. Poi mi aprì le natiche e mi spinse il cazzo anche nel culo. Il dolore acuto si mescolò al piacere più sporco. Continuò a scoparmi il buco stretto con spinte lunghe e profonde mentre io guardavo la città e immaginavo occhi sconosciuti fissi su di noi. «Sborrami sopra», gli dissi quando sentii che stava per venire. «Voglio che mi veni in faccia davanti alla finestra.»
Si sfilò, mi fece girare e mi sparò getti caldi e densi sulla lingua, sulle guance, sui seni. La sborra mi colò sul mento e sul petto mentre restavo in ginocchio, nuda, illuminata dalla luce della città, esposta. Leccai tutto quello che potei raggiungere, poi mi stesi sulla schiena con le gambe aperte verso la vetrata, la figa e il culo ancora aperti e lucidi. Alessandro si chinò sopra di me, ancora ansimante, e mi sussurrò all’orecchio:
«Domani prenotiamo una stanza ancora più alta. E lasciamo le luci accese.» Io sorrisi, la sborra ancora sul viso, e risposi:
«E stavolta lascerò la porta del balcone aperta. Voglio che il vento porti i miei gemiti fino in strada.» Lui rise piano e mi morse il collo.
Sapevamo entrambi che non saremmo più riusciti a scopare al buio.