I Miei Piedi, la Tua Bocca, il Tuo Cazzo
Titolo: I Miei Piedi, la Tua Bocca, il Tuo Cazzo
Avevo ventuno anni e un corpo che sapevo far impazzire: seni sodi, vita stretta, culo rotondo e alto. Ma quello che davvero faceva perdere la testa a Leonardo era un’altra cosa. I miei piedi. Piccoli, curati, con le unghie sempre perfette e la pianta morbida. Lui ne era ossessionato. E io adoravo usarli per farlo diventare una bestia. Quella sera avevo preparato tutto. Indossavo solo un reggiseno di pizzo nero, mutandine sottilissime e un paio di calze autoreggenti nere lucide che mi arrivavano a metà coscia. Ai piedi, scarpe con il tacco a spillo che facevano sembrare le mie caviglie ancora più delicate. Quando Leonardo entrò e mi vide seduta sul divano con le gambe incrociate, gli si indurì all’istante. «Toglile», ordinai con voce dolce.
Lui si inginocchiò davanti a me senza dire una parola. Mi sfilò prima una scarpa, poi l’altra, e rimase a fissare i miei piedi nudi avvolti dalla calza. Li prese tra le mani come se fossero oggetti sacri. Li annusò, li baciò sulla pianta, sulle dita, sul tallone. Io lo guardavo dall’alto, già bagnata solo a vederlo così sottomesso. «Leccami», gli dissi.
Leonardo aprì la bocca e passò la lingua calda su tutta la pianta del piede destro, lentamente, dalla base delle dita fino al tallone. Poi succhiò ogni singolo dito, uno dopo l’altro, con una dedizione quasi religiosa. Io gemetti e gli premai l’altro piede contro il cazzo ancora chiuso nei pantaloni. Sentii quanto era duro.
«Apriti», ordinai.
Lui abbassò la cerniera. Il cazzo gli saltò fuori, spesso, venoso, già lucido in punta. Io gli misi entrambi i piedi intorno, la calza nera che scivolava sulla pelle calda, e cominciai a masturbarlo lentamente. Su e giù, stringendo, mentre lui continuava a leccarmi e a succhiarmi le dita. «Più forte», mormorai. «Voglio sentire le tue palle battere contro i miei talloni.»
Leonardo gemette contro la mia pianta e spinse i fianchi in avanti. Io aumentai il ritmo, strofinandogli il cazzo tra i piedi con movimenti precisi, a volte premendo la punta contro la sua glande, a volte facendogli scivolare tutto il membro tra le mie piante. La calza si stava già macchiando del suo liquido pre-sborra. A un certo punto lo fermai. Mi alzai, gli misi un piede sul petto e lo spinsi a terra. Mi tolsi le mutandine e mi sedetti sul suo viso, la figa aperta sulla sua bocca, mentre i miei piedi restavano ai lati della sua testa.
«Leccami mentre ti scopo i piedi», gli dissi.
Leonardo obbedì. La sua lingua mi entrò dentro mentre io gli riprendevo il cazzo tra i piedi e ricominciavo a masturbarlo. Ogni volta che venivo un po’ di più, stringevo di più le piante intorno al suo membro. Lui gemette contro la mia figa, il suono vibrazioni che mi facevano venire ancora di più. Quando sentii che stava per esplodere, mi alzai, gli girai la faccia verso i miei piedi e gli ordinai:
«Sborrami sui piedi. Tutti. Voglio vederli lucidi.»
Leonardo si alzò in ginocchio, prese il cazzo in mano e lo strofinò contro le mie piante, le dita, i malleoli. Venne con un urlo, getti caldi e densi che mi ricoprirono i piedi e le calze. La sborra scivolava tra le dita, colava sulla pianta, imbrattava il pizzo nero. Io lo guardai e sorrisi. Non avevo ancora finito. Mi misi a quattro zampe sul divano, il culo alto, e gli dissi:
«Adesso scopami. E mentre mi scopi, tieni i miei piedi in mano. Stringili. Annusali. Leccali se vuoi. Ma non smettere di spingere.»
Leonardo si mise dietro di me, mi infilò il cazzo ancora duro e pieno di sborra nella figa e cominciò a scoparmi con violenza. A ogni spinta mi afferrava i piedi, li portava al viso, li leccava, li baciava, li stringeva. Io venivo di continuo, i muscoli che si contraevano intorno a lui, mentre sentivo le sue dita affondare nella mia pianta e la sua lingua passare di nuovo tra le mie dita. Alla fine si sfilò e mi sborrò di nuovo, questa volta sulla schiena e sui piedi che teneva ancora in mano. Mi voltai, ancora ansimante, e gli posai un piede lucido di sborra sulle labbra.
«Lecca tutto», ordinai.
Lui obbedì. Pulì ogni goccia con la lingua, lentamente, mentre io lo guardavo dall’alto con un sorriso soddisfatto. Quando finì, gli sussurrai all’orecchio:
«Domani sera indosso solo calze e tacchi. E tu starai in ginocchio finché non ti dirò di alzarti. Capito?»
Leonardo annuì, ancora con il sapore dei miei piedi in bocca.
E io sapevo già che non avrebbe mai detto di no.