Luna Nera · Fisting · 04 ott 2026

Il mio buco aperto

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Avevo ventidue anni e un corpo che sapevo far impazzire: seni sodi e alti, vita stretta, culo rotondo e sodo, pelle liscia. Quella sera avevo deciso di farmi aprire come non mi era mai successo. Avevo invitato a casa mia Alessandro, il ragazzo più bello e più paziente che conoscessi. Ventitré anni, mani grandi, dita lunghe, sguardo scuro e un cazzo che di solito mi faceva venire in pochi minuti. Ma stasera non volevo il cazzo. Volevo il pugno. Quando entrò lo guardai dritto negli occhi e dissi solo:

«Stasera mi fai il fisting. Piano. Fino in fondo. Voglio sentire tutto il tuo pugno dentro di me.» Alessandro annuì. Sapeva già quanto fossi bagnata solo a pensarci. Mi spinse sul letto, mi tolse i vestiti con calma e mi aprì le gambe. Cominciò con le dita. Una, due, tre. Le muoveva lentamente, allargandomi, cercando il ritmo giusto. Io gemetti, la testa reclinata all’indietro, mentre lui aggiungeva il quarto dito. Il bruciore era presente, ma il piacere lo superava. Quando riuscì a infilare anche il pollice e a chiudere la mano a pugno parziale, sentii il cuore accelerare. «Respira», mi sussurrò. «Spingi fuori mentre entro.» Obbedii. Sentii le nocche premere contro l’ingresso della mia figa, poi scivolare dentro centimetro dopo centimetro. Il dolore acuto mi fece chiudere gli occhi e digrignare i denti, ma non dissi di fermarsi. Volevo tutto. Alessandro spinse con pazienza infinita, il lubrificante che scorreva abbondante, finché non sentii il punto più largo delle sue nocche superare l’anello dei muscoli. Poi, di colpo, il pugno scivolò dentro fino al polso. Urlai. Ero piena in un modo che non avevo mai provato. Il suo pugno chiuso mi occupava completamente, caldo, pulsante, che mi toglieva il respiro. Alessandro non si mosse subito. Aspettò che i miei muscoli si abituassero, che il dolore si trasformasse in una pressione costante e oscena. Poi cominciò a muovere la mano. Piano. Piccoli movimenti circolari, poi avanti e indietro di pochi centimetri. Ogni spostamento mi faceva gemere più forte. «Più a fondo», gli dissi con voce rotta.

Lui obbedì. Spinse fino a far sparire quasi tutto l’avambraccio. Guardai tra le mie gambe e vidi il suo polso sparire dentro di me. Era la cosa più sporca e bellissima che avessi mai visto. Cominciò a scoparmi col pugno, spinte lente ma profonde, il suono umido e osceno che riempiva la stanza. Io venivo a ondate, i muscoli che si contraevano violentemente intorno alla sua mano chiusa, ogni orgasmo più intenso del precedente. A un certo punto mi girò a quattro zampe. Il pugno uscì con un suono schioccante e un filo di liquido che mi colò lungo le cosce. Poi lo reinserì da dietro, ancora più facile adesso che ero aperta. Mi scopò così, una mano sul mio fianco e l’altra sepolta dentro di me fino al polso, mentre con il pollice libero mi strofinava il clitoride. Venni di nuovo urlando, il viso premuto contro il cuscino, le gambe che tremavano. Non si fermò. Continuò a spingere, a ruotare, a aprirmi sempre di più. A un certo punto sentii le dita aprirsi dentro di me, allargarsi, poi richiudersi a pugno. Il piacere era talmente intenso da farmi venire le lacrime. Alessandro si chinò sul mio orecchio e mormorò:

«Sei così aperta… potrei metterci anche l’altra mano.» Io annuii senza riuscire a parlare. Lui sfilò il pugno, mi diede qualche secondo, poi cominciò di nuovo, questa volta più velocemente. Quando il pugno fu di nuovo dentro fino al polso, aggiunse due dita dell’altra mano accanto. Il bruciore tornò, ma io spinsi verso di lui, cercando di prendere di più. Non riuscì a infilare il secondo pugno completo, ma le dita extra mi fecero venire così forte che quasi svenni. Alla fine sfilò tutto lentamente. Mi sentii vuota in un modo quasi doloroso, la figa che rimaneva aperta, pulsante, colante di lubrificante e dei miei stessi succhi. Alessandro si chinò e mi leccò, la lingua che entrava facilmente nel buco dilatato. Poi si stese accanto a me, ancora con la mano lucida, e mi baciò. Io, ansimante, gli presi il polso e lo portai di nuovo tra le mie gambe.

«Domani sera», sussurrai, «voglio il pugno nel culo. Piano. Fino in fondo. E voglio che mi filmi mentre mi apri.» Alessandro sorrise e strinse le mie natiche ancora tremanti.

Sapeva già che non avrebbe detto di no.

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