Aurora Belle · Sentimentali · 04 ott 2026

Il Modo in cui mi Ami

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Avevo ventidue anni e un corpo che finalmente qualcuno sapeva guardare con amore e non solo con fame: seni sodi e sensibili, vita stretta, culo rotondo, pelle chiara che si arrossava sotto le sue mani. Quella sera era il nostro anniversario. Un anno esatto da quando Matteo mi aveva baciata per la prima volta sotto la pioggia. Lui aveva ventitré anni, occhi dolci, mani grandi e un modo di toccarmi che mi faceva sentire preziosa anche quando mi prendeva con più forza. Quando chiudemmo la porta di casa, non ci buttammo l’uno sull’altra come le prime volte. Matteo mi prese il viso tra le mani e mi baciò lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo.

«Ti amo», sussurrò contro le mie labbra.

«Anche io», risposi, e la voce mi tremò un po’. Mi portò in camera. Mi spogliò con una lentezza quasi devota, baciando ogni pezzo di pelle che scopriva. Quando rimasi nuda, mi guardò come se mi vedesse per la prima volta. Poi si spogliò a sua volta. Il suo corpo era bello, familiare, eppure ogni volta mi emozionava. Ci stendemmo sul letto e ci abbracciammo a lungo, pelle contro pelle, senza fretta. Le sue mani cominciarono a muoversi. Mi accarezzarono i seni con dolcezza, i pollici che giravano sui capezzoli finché non gemetti. Poi scesero più in basso, aprirono le mie cosce e mi toccarono con una delicatezza che mi fece chiudere gli occhi. Due dita scivolarono dentro di me, lente, profonde, mentre il pollice mi strofinava il clitoride in circoli precisi. Mi baciava il collo, il petto, le labbra, sussurrandomi quanto fossi bella, quanto mi desiderasse, quanto fossi sua. Venni così, stringendolo forte, il viso nascosto contro la sua spalla, un gemito lungo e rotto che gli sfuggì contro la pelle. Matteo mi tenne stretta finché il tremore non passò. Poi si posizionò tra le mie gambe e mi guardò negli occhi mentre la testa del suo cazzo premeva contro di me.

«Guardami», mi chiese.

Obbedii. Entrò lentamente, centimetro dopo centimetro, senza mai staccare lo sguardo dal mio. Quando fu tutto dentro, rimase fermo, lasciandomi sentire quanto mi riempisse, quanto fossimo uniti. Cominciò a muoversi. Spinte profonde, ritmate, cariche di tutto l’amore che non riusciva a dire solo con le parole. Io alzavo i fianchi incontro a lui, le gambe avvolte intorno alla sua vita, le mani che gli accarezzavano la schiena, i capelli, il viso. Ci baciavamo tra un gemito e l’altro, le fronti premuti, i respiri mescolati. «Più forte», sussurrai a un certo punto. «Voglio sentirti fino in fondo.»

Matteo obbedì. Aumentò il ritmo, ma senza mai diventare rude. Ogni spinta era ancora un modo per dirmi ti amo. Venni di nuovo, questa volta guardandolo negli occhi, le unghie che gli segnavano leggermente la schiena. Lui mi seguì poco dopo, venendo dentro di me con un gemito basso e lungo, il corpo che si tendeva e poi si abbandonava tra le mie braccia. Restammo uniti a lungo, lui ancora dentro di me, i respiri che si calmano insieme. Mi accarezzava i capelli, mi baciava la tempia, il naso, le labbra.

«Sei la cosa più bella che mi sia mai successa», mormorò.

Io strinsi le braccia intorno a lui e risposi:

«E tu sei l’unico posto in cui mi sento a casa. Anche quando mi fai venire fino a farmi piangere.» Matteo rise piano, quel suono caldo che amavo, e si sfilò lentamente. Un filo del suo sperma mi colò lungo la coscia. Si stese al mio fianco, mi tirò contro il petto e mi coprì con il lenzuolo. Restammo così, nudi, intrecciati, il cuore che batteva ancora un po’ troppo forte. Dopo un po’ allungai una mano e gli accarezzai il ventre, scendendo fino a sentire che stava già tornando duro. Sorrisi contro la sua pelle.

«Ancora?», chiesi.

Lui mi baciò i capelli e rispose:

«Tutto il tempo che vuoi. Stanotte, domani, per sempre.» Io salii sopra di lui, lo presi in mano e me lo infilai di nuovo dentro, questa volta più lenta, più consapevole, gli occhi fissi nei suoi.

E mentre ricominciavamo a muoverci insieme, seppi che non era solo sesso.

Era tutto.

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