Iris Vale · Saffico · 04 ott 2026

Lingua di Lei tra le Mie Cosce

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Avevo ventidue anni e un corpo che sapevo far desiderare: seni sodi e sensibili, vita stretta, culo rotondo e alto, pelle chiara. Quella sera avevo finalmente ceduto a quello che desideravo da mesi. Avevo invitato a casa mia Chiara, la ragazza più bella del nostro circolo. Ventun’anni, capelli neri lunghi, labbra carnose, seni pieni e un modo di guardarmi che mi faceva bagnare solo a incrociare il suo sguardo. Quando chiudemmo la porta, non ci furono parole inutili. Chiara mi spinse contro il muro e mi baciò. La sua bocca era calda, esperta, la lingua che entrava con decisione. Le sue mani scesero lungo i miei fianchi, mi sollevarono la gonna e mi toccarono la figa già umida attraverso le mutandine. Gemetti contro le sue labbra. «Da quanto tempo aspetti questo?», sussurrò.

«Da troppo», risposi. Mi portò in camera. Ci spogliammo a vicenda, lente, godendoci ogni centimetro di pelle che si scopriva. Quando rimase nuda davanti a me, la guardai con fame: seni tondi con i capezzoli scuri già duri, il ventre piatto, la riga della figa liscia e appena aperta. Mi stese sul letto e si chinò sui miei seni. Li leccò, li succhiò, li morse piano finché non inarcai la schiena. Poi scese più in basso. Aprì le mie cosce e mi guardò.

«Sei già così bagnata…», mormorò.

La sua lingua mi toccò. Prima un solo passaggio lento tra le labbra, poi più deciso, che apriva, che cercava il clitoride. Quando lo trovò, lo succhiò con precisione crudele. Io afferrai i suoi capelli e spinsi i fianchi contro la sua bocca. Chiara mi leccò come se avesse aspettato quella figa per mesi: la lingua che entrava, che usciva, che girava, due dita che si aggiunsero e mi scoparono piano mentre continuava a succhiarmi. Venni la prima volta con un grido, le cosce che le si chiusero intorno alla testa, il corpo che tremava. Lei non si fermò. Continuò a leccarmi attraverso l’orgasmo, più lenta, più profonda, finché non sentii il secondo arrivare subito dopo. Solo allora si sollevò, il viso lucido dei miei succhi, e mi baciò. Assaporai me stessa sulla sua lingua. Ora toccava a me. La feci stendere e mi misi tra le sue gambe. L’odore di lei mi fece venire acqua in bocca. La leccai con la stessa fame. La sua figa era calda, gonfia, già grondante. Succhiavo il clitoride mentre infilavo due dita dentro di lei, poi tre, cercando il punto che la faceva gemere più forte. Chiara tirava i miei capelli e muoveva i fianchi incontro alla mia bocca. «Più a fondo», ansimò.

Obbedii. Aggiunsi un quarto dito e spinsi. Lei urlò. Continuai a scoparla con la mano mentre le leccavo il clitoride senza pietà. Venne stringendo le dita intorno alla mia mano, il liquido che le colava sul polso. Non le diedi tregua. La girai a quattro zampe e le leccai anche il buco del culo, la lingua che spingeva dentro mentre le dita continuavano a muoversi nella figa. Chiara tremava, gemendo nel cuscino. Poi ci mettemmo una contro l’altra, le gambe intrecciate, le fighe che si strofinavano. Ci muovevamo in sincrono, bagnate, scivolose, i clitoridi che si sfioravano a ogni spinta. Ci baciavamo tra un gemito e l’altro, le mani che si afferravano i seni, i capelli, le natiche. L’orgasmo arrivò insieme, lungo, debole, le cosce che si contraevano una contro l’altra. Non bastava ancora. Presi il mio dildo doppio dal cassetto. Lo lubrificai con i nostri succhi e me lo infilai prima io, poi lo spinsi dentro di lei. Rimanemmo collegate, faccia a faccia, muovendoci insieme, il giocattolo che ci riempiva entrambe. Ci scopavamo a vicenda, sempre più veloci, sempre più profonde, finché non venimmo di nuovo, urlando una contro la bocca dell’altra. Alla fine crollammo sudate, intrecciate, lucide, ansimanti. Chiara mi accarezzò il viso e sussurrò:

«Domani sera porto le manette. E voglio che mi leghi e mi usi finché non piango dal piacere.» Io sorrisi, ancora con il sapore di lei sulla lingua, e risposi:

«Le porterò io. E non ti slegherò finché non mi avrai leccata almeno tre volte.» Chiara rise piano e mi strinse più forte.

Sapevamo entrambe che quella era solo la prima di tante notti.

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