Preservativo ribelle
Avevo ventuno anni, corpo da manuale e una voglia matta di farmi scopare da Alessandro, il ragazzo più bello della palestra. Ventidue anni, spalle larghe, sorriso da pubblicità e un cazzo che prometteva cose grandi. Arrivammo a casa mia. Ci spogliammo in fretta. Tutto perfetto. Poi tirò fuori il preservativo. Marca buona, lubrificato, tutto ok. Lo aprì… e gli scivolò di mano. Finì sotto il letto. Lo cercammo per cinque minuti. Alla fine lo trovai io, pieno di polvere e di un calzino sparito da settimane.
«Va bene lo stesso?», chiese.
«No.» Ne tirò fuori un altro. Questa volta riuscì a metterlo… al contrario.
«Alessandro.»
«Che c’è?»
«È al contrario.»
«Ah.» Lo girò. Lo mise. Sembrava a posto. Si posizionò, spinse… e il preservativo rimase fuori, arrotolato sulla glande come un cappello da festa. Io lo guardai.
Lui guardò il cazzo.
Il cazzo sembrava scusarsi. Al terzo tentativo riuscì finalmente a infilarlo dritto. Entrò. Iniziammo a muoverci. Dopo trenta secondi sentii un «plop» strano. Si era sfilato dentro di me. «È successo di nuovo», dissi.
«Lo so», rispose lui con la faccia di chi ha appena perso una guerra. Alla fine lo facemmo senza. Io sopra, lui sotto, entrambi ridendo ogni volta che cercavamo di essere seri. Quando venne, lo fece con un gemito misto a una risata, e io venni subito dopo perché la situazione era troppo ridicola per non eccitarmi. Dopo, stesi sul letto, lui mormorò:
«La prossima volta compro quelli con le alette di atterraggio.» Io gli diedi un bacio e risposi:
«O impariamo a farlo senza, prima che finisca la scorta mondiale di lattice.»