Tutti dentro di me
Avevo ventidue anni e un corpo che sapevo far impazzire: seni sodi e alti, vita stretta, culo rotondo e sodo, gambe lunghe. Quella sera avevo deciso di realizzare il mio fantasioso più sporco. Avevo invitato cinque ragazzi. Tutti tra i ventuno e i ventitré anni, tutti belli, alti, muscolosi, con cazzi che avevo già assaggiato singolarmente in passato. Marco, Luca, Andrea, Davide e Mattia. Sapevano cosa volevo. Gliel’avevo scritto chiaramente: «Stasera mi usate tutti. Nessun turno. Tutti insieme. Fino a quando non reggo più.» Quando aprii la porta indossavo solo un reggiseno di pizzo nero e mutandine già umide. I cinque entrarono in silenzio, lo sguardo già affamato. Non ci fu bisogno di parlarsi. Mi inginocchiai al centro del salotto e tirai fuori i loro cazzi uno dopo l’altro. Li presi in mano, li leccai, li succhiai a turno, passando da uno all’altro senza fermarmi. Marco mi spinse fino in gola, Luca mi riempì la bocca subito dopo, Andrea mi tirò i capelli mentre mi sfregava il membro sulle labbra. La saliva mi colava sul mento e sui seni. Ero già fradicia solo a sentirli gemere sopra di me. Mi portarono sul divano. Mi misi a quattro zampe. Marco mi abbassò le mutandine e mi infilò il cazzo nella figa con una spinta profonda. Subito dietro, Luca mi aprì le natiche e mi spinse il suo nel culo. Il dolore e il piacere mi fecero urlare. Ero piena davanti e dietro. Andrea si mise di fronte e mi costrinse a prendere il suo cazzo in bocca, mentre Davide e Mattia mi strofinavano i membri sulle guance e sui seni. Ogni buco era occupato. Ogni centimetro di pelle toccato da mani e cazzi. Il ritmo diventò selvaggio. Si alternavano senza sosta. Quando Marco si sfilava, Andrea prendeva il suo posto nella figa. Luca continuava a scoparmi il culo con spinte profonde, le palle che mi battevano contro. Io succhiavo, leccavo, gemivo, saliva e pre-sborra che mi colavano ovunque. A un certo punto mi girarono sulla schiena. Due cazzi mi entrarono nella figa allo stesso tempo, allargandomi in modo osceno, mentre un terzo mi riempiva il culo e gli altri due mi occupavano bocca e mani. Urlavo di piacere puro, il corpo scosso da orgasmi multipli che mi facevano stringere i muscoli intorno a tutti loro. La sborra cominciò a uscire. Marco venne per primo, sparando getti caldi e densi sulla mia faccia e sulla lingua. Luca mi riempì il culo, spingendo fino all’ultima goccia. Andrea mi sborrò nella figa, il suo seme che mi usciva mentre continuavo a essere scopata. Davide e Mattia mi spararono sui seni e sulla pancia, ricoprendomi di bianco caldo. Non mi fermai. Continuai a succhiare i cazzi ancora duri, a leccare la sborra dai loro corpi, a chiedere di più. Mi rimisero a quattro zampe e ricominciarono. Un cazzo in figa, uno in culo, uno in bocca, le mani impegnate a masturbare gli altri due. Mi usarono senza pietà, spingendomi oltre ogni limite, riempiendomi di nuovo e di nuovo. A un certo punto due di loro mi tennero le gambe aperte mentre un terzo mi fistava piano, il pugno che scivolava dentro la figa già piena di sborra, mentre gli altri mi scopavano la bocca e il culo. Venni così forte che quasi persi i sensi, i muscoli che si contraevano violentemente intorno al pugno e ai cazzi. Continuarono ancora. Mi sollevarono, mi tennero in aria e mi trafissero contemporaneamente. Uno sotto di me, uno dietro, uno in bocca. Le spinte erano sincronizzate, profonde, incessanti. La sborra mi colava lungo le cosce, sul petto, sul mento. Il pavimento sotto di noi era lucido. Io non chiedevo di fermarsi. Chiedevo solo «ancora» e «più forte». Alla fine, dopo quasi due ore, crollai sul divano. Ero un disastro bellissimo: il corpo lucido di sborra, la figa e il culo aperti e colanti, i capelli appiccicati al viso, il sorriso sazio e sporco. I cinque ragazzi mi circondavano ancora, i cazzi ancora semi-duri. Mi alzai lentamente, mi leccai le labbra e mormorai con voce roca: «La prossima volta… voglio che me ne portiate sette. Voglio essere usata fino a non riuscire più a camminare. E voglio che mi filmate mentre mi riempite tutti insieme.» Marco rise piano e mi passò un dito sulla guancia, raccogliendo un po’ di sborra e portandomela alle labbra.
«Sabato prossimo», disse. «Stessa ora. E stavolta portiamo anche le corde.» Io succhiai il suo dito e sorrisi.
Sapevo già che non avrei detto di no.