Sofia Rame · Gangbang · 05 ott 2026

Usata fino in fondo

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Avevo ventuno anni e un corpo che chiedeva di essere rovinato: seni pieni e sensibili, vita stretta, culo alto e sodo, figa che sapeva bagnarsi solo a pensare di essere riempita. Quella notte avevo radunato cinque ragazzi diversi dai soliti. Tutti tra i ventidue e i ventiquattro anni, tutti belli, tutti grandi, tutti consapevoli che non esisteva la parola “basta”. Si chiamavano Stefano, Riccardo, Gabriel, Leo e Tommaso. Quando aprii la porta ero già nuda e inginocchiata.

«Non siate gentili», dissi. «Voglio uscire da qui che non riesco più a camminare.» Stefano mi afferrò i capelli e mi aprì la bocca con il cazzo. Riccardo ci infilò il suo accanto un secondo dopo. Due membri che mi stiravano le labbra fino a farmi male, saliva che mi colava a fiotti sul petto e sulla pancia. Gabriel e Leo mi strofinavano i cazzi sugli occhi, sulle guance, sul naso. Tommaso mi prese le mani e me le fece girare sui suoi. Ero già una maschera lucida di pre-sborra. Mi sollevarono come un sacco e mi scaraventarono sul tavolo. Mi tennero le gambe aperte fino a quasi spezzarmele. Stefano mi entrò nella figa con una spinta secca. Riccardo mi aprì il culo e mi conficcò il cazzo fino alle palle. Urlai. Il suono venne strozzato perché Gabriel mi stava scopando la gola senza pietà. Mi muovevano come una bambola di carne: spingevano tutti insieme, ritiravano, rispingevano più forte. La saliva e il pre-sborra mi colavano ovunque. A un certo punto mi misero a quattro zampe sul pavimento. Uno mi teneva i capelli come un manico, un altro mi teneva i fianchi così forte che sapevo mi avrebbe lasciato i lividi. Mi scoparono la figa e il culo senza interruzione, alternandosi ogni volta che uno sborrava. La sborra veniva rispinta dentro dalle spinte successive. Mi sputavano sulla schiena, sul culo, sulla faccia. Io leccavo il pavimento quando me lo ordinavano. Mi fecero montare su Tommaso. Mi infilai il suo cazzo nel culo e cominciai a saltare. Stefano mi si mise davanti e mi costrinse a prendere il suo fino in gola. Riccardo e Gabriel mi aprirono la figa e ci ficcarono entrambi i cazzi insieme, allargandomi fino a farmi bruciare e lacrimare. Quattro cazzi dentro di me allo stesso tempo. Venni urlando, i muscoli che si contraevano con forza intorno a tutti, spremendoli mentre ridevano. Non mi diedero tregua. Continuarono a usarmi mentre ancora venivo. Uno mi schiaffeggiò le tette a ritmo, un altro mi tirò i capelli fino a farmi venire le lacrime, un terzo mi sputò in bocca e mi costrinse a deglutire. La sborra arrivò a ondate. Stefano mi riempì la gola e mi tenne la testa ferma finché non mi colò dal naso. Riccardo mi sborrò nel culo e ci rimase dentro, spingendo il suo seme più a fondo possibile. Gabriel e Leo mi ricoprirono il viso e i seni di getti caldi e densi. Tommaso mi sborrò sulla figa aperta e me la strofinò con il cazzo ancora pulsante, mescolando tutto. Mi fecero leccare i cazzi uno per uno, pulendoli con la lingua. Poi mi rimisero a terra e ricominciarono più lenti, più umilianti. Uno mi tenne la bocca aperta mentre un altro mi pisciava direttamente in gola. Bevvi tutto. Un altro mi aprì il culo e mi liberò anche lì, il getto caldo che mi scorreva dentro e poi colava fuori mescolato alla sborra. Io gemetti di piacere sporco, il viso premuto contro il pavimento bagnato. Alla fine ero solo un ammasso di liquidi. Sborra, saliva, pipì, sudore. La figa e il culo rimanevano spalancati, rossi, colanti. I cinque mi stavano intorno, ancora semi-duri, a guardarmi come si guarda una cosa che hanno appena finito di usare. Mi alzai in ginocchio con fatica, leccai le ultime gocce dal pavimento e alzai lo sguardo. «La prossima volta», dissi con voce roca e piena, «voglio essere legata. Voglio che mi usiate per tre ore di fila. Voglio che mi riempiate fino a farmi venire la pancia gonfia. E voglio che uno di voi filmi tutto mentre gli altri mi trattano come la troia più economica della città.» Stefano mi afferrò il mento, mi aprì la bocca con due dita e mi sputò dentro.

«Domenica», rispose. «Portiamo le corde, la cinepresa e un sesto.» Io deglutii il suo sputo e sorrisi.

Sapevo già che sarei stata lì, nuda e aperta, ad aspettarli.

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